Dopo una lontana visita da parte di R. Chandler nel 1775, numerosi erano stati i viaggiatori giunti a Iasos.
Nel 1849 ne descrive i ruderi Ch. Texier, che trovò il sito deserto; per meglio vedere e disegnare le rovine egli ordinò di bruciare la fitta boscaglia che le nascondeva, arrecando un gravissimo danno ai monumenti.

Ancora nel 1890, al tempo della visita di W. Judeich, la città era circondata dalla cinta di mura, destinate dopo breve tempo, insieme al teatro, ad essere spoliate  dell’alzato per ordine degli ultimi sultani ottomani. Nel 1960 Doro Levi, allora direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, scelse il sito di Iasos per intraprendervi una esplorazione archeologica.

In quegli stessi anni era giunta a maturazione l’esperienza cretese di Festos e, con sempre maggiore insistenza, si riproponeva a Levi il problema della originaria espansione della civiltà minoica: quali erano stati i suoi limiti geografici? Le coste dell’Asia Minore erano state toccate dalla talassocrazia di Minosse? Sappiamo da Tucidide (I,8) come a Delos, all’inizio della guerra del Peloponneso, una purificazione compiuta dagli Ateniesi avesse casualmente portato al rinvenimento di tombe di epoca antichissima, di un tipo del tutto inusuale nell’isola, che lo storico definisce “carie”.

Perché dunque non ricercare sulla costa anatolica, in Caria, le conferme archeologiche al racconto? Prese così l’avvio l’indagine degli archeologi italiani a Iasos. Inizialmente essa fu estensiva. Nella città e nel suo immediato circondario si censirono i complessi monumentali emergenti dal terreno e si intrapresero scavi di accertamento cronologico e topografico. Subito vennero realizzate alcune importanti opere di restauro. Un folto gruppo di archeologi, architetti, storici, epigrafisti, restauratori e tecnici ha proseguito, da allora, la ricerca e l’esplorazione della città, avvicendandosi nel tempo sotto la direzione dapprima di Clelia Laviosa, poi di Fede Berti.

 

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